Intervista gotica a Rachele Studer

Oggi abbiamo il piacere di intrattenerci per una chiacchierata con Rachele Studer.

Rachele è un’attrice che ha catturato la nostra attenzione in quanto sta realizzando una rassegna di vari episodi sulla letteratura gotica.

Prima però di addentrarci nel dettagli di questa produzione mi piacerebbe far conoscere un po’ di più la persona che sta dietro a tutto questo.

Buongiorno Rachele, benvenuta nel salotto di GoticaTraLeRighe.

Grazie a voi di avermi invitato…

Come detto, prima di parlare delle tue attività, mi piacerebbe scoprire qualcosa in più sulla persona che ci troviamo davanti. Chi è Rachele Studer?

Io sono un’Attrice.
Il mio incontro con l’Arte è avvenuto da piccola tramite il Circo (la mia migliore amica era una funambola), la Musica (sono figlia di un blues man) e la Pittura. A 14 anni ho debuttato in teatro nella commedia musical Oliver Twist, interpretando Fagin! E faccio una profezia: sarà l’ultimo ruolo che interpreterò da vecchia.

Il mio rapporto con l’Arte è connesso ad una ricerca profonda sul significato di essa nel mondo contemporaneo, e questa ricerca mi ha portato, come una febbre, a cominciare un viaggio attraverso l’Europa all’età di vent’anni, e questo viaggio non si è mai fermato. Anche adesso, quando sono nella mia città, Roma, trasloco ogni tre mesi-sei mesi circa. In questo momento vivo in un borgo medievale arroccato che è stato per me di grande ispirazione in merito al progetto di cui andremo a parlare. Credo che l’Artista debba essere sulla strada, nel senso fisico e metaforico del termine, per poter creare. Deve togliersi di dosso ogni certezza, ogni velo di borghesia, ogni filtro comunicativo.

Quando decisi questo, prima di prendere il mio primo treno con biglietto di sola andata, forse mi sono maledetta da sola… e da lì la mia vita è sempre stata salire e scendere dai treni in corsa, un po’ come succede a noi attori: ci capita un ruolo e di colpo nella sfera personale cominciano ad accadere cose molto affini alle storia di quel personaggio, e ti chiedi se sei tu che inconsciamente tendi affinché questo accada, o era invece destino che quel ruolo ti arrivasse in quel momento storico.

Io non sono una di quelle Attrici che sta a casa ad aspettare che la scritturino, io mi sento una fiamma ad alta combustione e questo continuo stato di tormento mi ha portato a toccare la regia, la scrittura, la danza, il canto, perfino la produzione. Se non fossi un’Attrice, mi sarei imbarcata sulle navi pirata che salvano le balene nelle acque internazionali.

La domanda è sempre lì, viva: chi sono. Quando mi chiedono del mio percorso artistico non amo raccontare quello che ho fatto, perché poi alla fine sono una selvaggia senza pedigree. Preferisco dire chi sono, e cosa cerco. Ho consacrato la mia vita alla Recitazione e a tutto quella che la riguarda. Non ho piani b. Vivo del mio sogno e mi nutro di Arte. Ma non sono una ricca intellettuale annoiata, questo devo specificarlo. Sono una principessa di strada che preferisce investire i suoi soldi in progetti piuttosto che comprare un paio di scarpe. E poi mi piace stare scalza. 

Sentendoti parlare di questa passione che arde dentro di te, mi viene in mente una frase pronunciata dell’attore Teco Celio.

Lui ha affermato che chi sceglie la professione di attore non è perché vuole recitare, ma perché non può proprio farne a meno, perché ha il bisogno di recitare. Ti riconosci in questa affermazione?

Recitare salva la vita e la distrugge, allo stesso tempo. 

Gli attori quando non lavorano sono come fantasmi. Come marionette buttate su una sedia in attesa che qualcuno ci giochi. Ma quando lavorano si sentono la vitalità di semi-dei. 

Io avrei preferito fare l’avvocato penalista, ma il mio cuore mi ha ordinato altro. Quindi si, mi riconosco in questa affermazione. Ma vorrei specificarla. Come nell’Amore, inizialmente si è vittime di quel sentimento, non lo si controlla, non lo si capisce ed è impossibile rinunciarvi. Ma ad un momento si sceglie. Si sceglie di Amare e aprirsi totalmente, senza riserve, a qualcuno, così come si sceglie di intraprendere quella vita, quello stile di vita, quel tipo di carriera. La vita dell’Attore richiede talmente tante rinunce e sacrifici che non si possono spiccare le ali senza che, ad un certo punto, si sia detto: lo voglio.

Ho una curiosità riguardante il tuo nome: Studer non è un cognome propriamente italiano… Hai per caso antenati tedeschi o svizzeri?

Si, ho un antenato svizzero-tedesco. Parlo di sette generazioni fa.

Venne a Roma a lavorare come guardia svizzera, incontrò una sarta trasteverina (un mestiere che a Roma si tramandava di madre in figlia per secoli) che gli sistemò la divisa e si innamorarono. Quando il Papa congedò il corpo armato, Hans Studer si mise a fare il ciabattino in una bottega di piazza San Cosimato. Una storia molto romantica, chissà se è vera 😉

La mia famiglia visse per secoli a piazza San Cosimato, a Trastevere, finché Mussolini non cacciò le famiglie più povere dal centro storico e le spedì a Roma Nord. Io sono nata a Trastevere ma cresciuta nella borgata Tufello, fino ai sei anni. Poi, ovviamente, un trasloco.

Wow, la storia della tua famiglia potrebbe diventare tranquillamente la sceneggiatura di un film…

Tornando al presente, io non parlo tedesco ma ho cominciato a studiarlo adesso, soprattutto grazie all’influenza di figure o correnti artistiche che mi hanno cambiato la vita, come Marlene Dietrich (a cui mi hanno da sempre affibbiato una forte somiglianza), Brecht, Weill, il recitar cantando e soprattutto quello che è legato all’Espressionismo, allo Sturm Und Drang, a Goethe, a Wagner, alle passioni estreme.

E questo ci porta inevitabilmente a parlare di teatro…

Nei tuoi primi anni di carriera di attrice ti sei concentrata principalmente su questa forma artistica, avendo quindi un contatto diretto con il pubblico.

Negli ultimi mesi questa cosa è venuta giocoforza a mancare. Quanto è importante per chi fa la tua professione il contatto diretto con gli spettatori?

È ovviamente tutto. Il teatro è un’Arte materica, come la pittura. Necessita di uno scambio energetico in presenza. È come vedere un Pollock in fotografia e vederlo dal vivo: nel secondo caso ti tremano le ginocchia.

La Recitazione è un atto di totale dono, di estrema generosità, che viene consegnato a dei volontari, i quali trasformano quel dono a seconda del proprio vissuto e lo restituiscono a chi è sul palco, attraverso gli applausi. È un Atto estremo di Amore reciproco. È la sensazione di esaltazione maggiore che come attrice io possa raccontare.

Ti manca molto questo aspetto?

Mi manca da far male. Ma va detto che noi attori siamo abituati a dover resistere, perché la nostra vita è, per antonomasia, fatta di imprevisti, anche di periodi senza scritturazioni. O periodi in cui non ci sentiamo all’altezza o pensiamo di non essere più in grado. È un continuo doversi adattare, e quindi ci siamo fatti le ossa.

Posso dire che non sono mai andata a piangere i sussidi, ho tirato su un bel dito medio allo Stato e me la sono cavata da sola. L’Attore, nella società, dev’essere un sovversivo, una figura che crea disordine. E poi il Teatro è metà della mia vita da Attrice. L’altra metà appartiene al Cinema, alla macchina da presa, che io conosco, studio, approfondisco, anelo. Non sento rubarmi un pezzo di anima a poco a poco, perché sono io che ogni volta non vedo l’ora che questo avvenga, alla parola “Action”.

Parliamo allora di questa tuo altro aspetto della tua professione.

Hai avuto qualche anno fa un esperienza con il cinema che conta, recitando una parte in un film di Ridley Scott. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

Indimenticabile. Ridley Scott mi scelse fra tutte le attrici tra i venti e trent’anni in Italia per interpretare Mara Cagol, la fondatrice delle Brigate Rosse. Un ruolo piccolissimo, ma un’esperienza gigantesca, che mi ha permesso di fare e vedere il cinema come lo voglio io: un silenzio sacrale sul set, dove ogni cosa gira intorno a quello che gli attori faranno, o potrebbero fare, riconoscendo che quello è un luogo mistico, quasi insidioso, e gli attori, in quel momento, dei mezzi tra il mondo che si vede e quello che non si vede.

Che persona è Ridley Scott e cosa hai potuto imparare da lui?

Un Maestro.

Eravamo a Roma, facevano 40 gradi all’ombra e lui, ottantenne, con quegli occhi di falco, aveva un’energia e forza che nemmeno ai miei coetanei vedo. Una dolcezza e un rispetto verso tutti, da cui certi italiani dovrebbero prendere esempio. 

Dopo i primi minuti di lavoro, fa uscire tutti, prende uno sgabello e si siede davanti a me, ginocchia-ginocchia, e dice “a marvelous interpretation needs an equally unassailable pronunciation”. E cominciamo a ripetere la scena, lui che mi da’ le battute degli altri personaggi, e mi dice “in questa parola devi puntare sulla T e immaginare un coltello che lo trafigge” o “in quest’altra parola focalizzati su questa lettera e immagina due ali che si aprono” e così via, insegnandomi una delle lezioni più preziose nella recitazione: l’emotività e l’immedesimazione, come un fiume in piena, passano per la diga della parola con fantasia e leggerezza, e non vedendola come una gabbia.

Lavoriamo venti minuti, alla fine il mio personaggio gli da’ il ben servito e lui, sorpreso, da personaggio, esclama “Fuck you!”, ed io “Fuck you, too!”. Scoppia a ridere, mi da’ un buffetto e ricominciamo a girare. Alla fine di ogni take, lui mi chiede “Are you happy?”, nel senso “Questa ti piaceva?”. Io, ubriaca di felicità, rispondo sempre si.

Spero di avere l’onore di tornare a lavorare con lui, ma anche se non dovesse accadere, gli sarò sempre grata. Mi ha dato una possibilità che nessuno in Italia mi dava, dicendomi che ero troppo strana. È stato lui a farmi debuttare ufficialmente al cinema.

Parliamo un po’ del presente.

Per sopperire alle restrizioni dovute alla pandemia, sono in molti che hanno cercato delle vie alternative per continuare ad esercitare la propria professione. E tu sei una di queste: Siccome il pubblico non può al momento venire da voi, hai deciso di andare te virtualmente dal tuo pubblico.

È uscito infatti recentemente il primo episodio di quella che si prospetta essere una rassegna molto interessante per tutti noi amanti della cultura gotica. La rassegna è stata chiamata Penny Dreadful, rifacendosi chiaramente alle celebri pubblicazioni horror in voga nel Regno Unito nel 19. secolo. E la prima produzione è stata dedicata a Dracula di Bram Stocker.

Oltre ad essere uno dei performer, ti sei anche occupata della traduzione, dell’adattamento e della regia. Come ti è venuta questa idea?

L’idea di Penny Dreadful è nata dalla pandemia.

Ero focalizzata sui suoi devastanti effetti psicologici, in particolare sugli adolescenti. I teenagers di oggi soffrivano già prima, perché questi tempi hanno verso di loro una pretesa sociale ed estetica altissima, dove devi continuamente dimostrare quanti soldi hai, quante cose hai, dove esci, con chi te la fai, quanto sei bello e vincente, quanto spacchi, quanto sei apprezzato dagli altri. Ho visto queste dinamiche anche in adolescenti a me molto molto vicini, sostenevo le attività delle onlus che lottano contro la sindrome da hikikomori, che ho descritto sopra e che si traduce con il “chiudersi in camera”. Il lockdown ha esasperato queste difficoltà, con conseguenze drammatiche.

Penny Dreadful nasce con l’esigenza di interpretare e codificare questo difficile momento storico. Il topos del gotico è quello di una creatura innocente che si ritrova sola in un luogo sinistro e viene vessata da creature abiette. Le domande che ci poniamo, allora, all’alba di questo 2021, sono queste: come affrontiamo il percorso in questa foresta oscura? Come reagiamo all’isolamento e all’alienazione? Come combattiamo la paura, lo sconforto, lo smarrimento? Ci attacchiamo alla cultura, alla fede, alla scienza, all’amore, agli affetti, alla propria forza vitale?

Ma non solo. La letteratura gotica tratta il tema della paura del diverso; ci mostra il lato umano di quello che noi crediamo mostruoso – basti pensare alla pena che si prova per Dracula, inseguito come una bestia braccata da Van Helsing e dai suoi -. Ci insegna a metterci nei panni dell’altro. E ci insegna anche la Bellezza.

È materia viva di riflessioni filosofiche e sociali, e proprio per questo alcune scuole romane mi hanno chiesto organizzare delle proiezioni dei miei Penny Dreadful con le classi, che proseguiranno con un dibattito e una messa in scritto libera sul significato della Letteratura Gotica ai nostri giorni.

Cosa possono aspettarsi gli spettatori da questa vostra performance?

È importante specificare che non si tratta di Teatro in streaming, nel quale non credo, e che non si tratta di Cinema, in quanto i personaggi non sono collocati in una logica spazio/temporale come avviene nella narrativa cinematografica; vengono infatti sdoganati da un’attinenza scenica per impiantarsi nell’illogico ed indistinguibile interrogativo che ognuno ha dentro sé stesso. 

Quello che devono aspettarsi è una PERFORMANCE WEB. 

Una definizione che suscita sempre facce molto perplesse in chi mi ascolta ma che per me ha assolutamente senso. Ha senso rispetto al mezzo che uso (youtube), ha senso rispetto al pubblico al quale mi rivolgo, ha senso rispetto alla grammatica recitativa e stilistica che utilizzo.

Porto l’esempio del personaggio di Van Helsing che, nel momento in cui deve visitare Lucy, non si toglie i suoi particolarissimi e ingombrantissimi guanti. Secondo una logica naturalistica dovrebbe toglierli, ma, se fosse in un fumetto, no, perché quei guanti sono un tratto distintivo del suo personaggio, una sineddoche di Van Helsing, al pari del suo cappello. E i Penny Dreadful SONO fumetti. Fumetti leggibili in un’ora da chiunque e ovunque, da chi è in pausa dal lavoro a chi è in metro a chi sta sulla tazza.

 Possono aspettarsi, inoltre, un linguaggio fortemente contemporaneo (che non inficia in alcun modo la classicità) nei costumi, nelle musiche, nello stile. E questo perché, come i tre operai comprano il fumetto e si immedesimano a tal punto da trasformarsi nei personaggi e imitare le loro voci (PENNY DREAFUL è, innanzitutto, un audio-libro in musica), chiunque vede la mia performance web deve poter trovare una qualche attinenza con la propria vita.

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Quanto è durata la produzione, dal momento in cui hai avuto l’idea fino alla sua pubblicazione?

Un battito d’ali. L’idea mi ha solleticato ad inizio ottobre, ma è rimasta lì. A dicembre mi è preso il matto e in tre settimane abbiamo fatto tutto. Il 27 dicembre è cominciata un’anteprima del lavoro durata un mese tramite alcune serate su zoom, per amici e curiosi. 

Quanto ci avete messo a girarlo?

Due giorni, e non potevamo fare diversamente, poiché siamo stati sorpresi dal dpcm uscito prima di Natale, che ci ha costretti ad avventurarci in una prima realizzazione interamente a distanza, senza l’ausilio dei professionisti che avevano preparato con noi Dracula in quelle tre settimane.

Ma, tra le tante sorprese di questo mese, ci sono stati incontri rivoluzionari. Ora siamo una crew di circa venti persone (abbiamo cominciato in quattro) fortemente decise a rigirare Dracula e a proseguire con gli altri episodi, e avvalendoci dei mezzi tecnici che il progetto merita. Intendo girare in una location che non posso ancora svelare, e proprio per queste nuove riprese in vista ho avviato una campagna di crowdfunding.

Parliamo allora di questa campagna di crowdfunding…

Lo so che andare batter cassa può risultare spiacevole a volte, ciononostante è un punto che dobbiamo toccare per forza. 

Le produzioni indipendenti come la tua fanno sempre più affidamento a mezzi come il crowdfunding per potersi finanziare e per poter pagare le maestranze. Puoi dirci come funziona questa campagna di finanziamento e come verranno impiegati i soldi  raccolti?

Ma certo! Ho lanciato una campagna di crowdfunding per le nuove riprese di Dracula.

La cifra indicata comprende quindi

  • la realizzazione del set che si svolgerà a fine febbraio, in un luogo che purtroppo non posso ancora rivelare.
  • Metà dell’importo menzionato comprende un rimborso di 150€ a testa per le venti persone coinvolte nel lavoro, fino alla post-produzione.
  • Una buona parte riguarda il noleggio dell’attrezzatura tecnica che ci manca, come, ad esempio, alcune luci.
  • Tutto il resto corrisponde alle spese vive per i giorni di riprese (dal vitto al trasporto), il rispetto del protocollo sanitario anti-covid (come i tamponi), lo studio di registrazione per la partitura vocale che va realizzata nuovamente, ed infine le spese di promozione.

Tutto quello che rientra nei costumi, nelle scenografie, nel materiale per il make-up, è già coperto dall’investimento sostenuto da me prima del debutto del 27 dicembre.

La campagna si basa su delle ricompense. Investire da una certa cifra sul progetto rende co-produttori, quindi si ha diritto ad una percentuale sulle vendite (o noleggio) dell’episodio di Dracula.

L’accordo fra le parti viene ufficializzato dal mezzo stesso che si usa. Gli scambi e gli accordi tra i finanziatori e me sono nero su bianco attraverso la piattaforma di crowdfunding ed hanno valore legale. Investire una cifra minore da’ diritto ad altre ricompense che io ho proposto: dall’omaggio su due biglietti per TUTTI i PENNY DREADFUL LIVE, all’omaggio sull’audiolibro o sull’episodio. Ovviamente tutti i partecipanti vengono ringraziati e citati come produttori nei titoli di coda o di testa. 

Come detto prima, ti sei occupata personalmente anche della traduzione. Per quale motivo hai deciso di occupartene personalmente al posto di affidarti ad un testo già tradotto?

La lingua, come il dialetto, si basa fortemente sui modi e costumi di un popolo, e il modo di parlare influenza la personalità e il carattere.

Anche una traduzione è soggetta a pregiudizi personali o, semplicemente al proprio vissuto o, ancor più banalmente, alle decisioni del traduttore: se questo modo di dire o di fare non esiste nella mia cultura, tento una traduzione letteraria o suggerisco un modo di dire che nella mia lingua abbia il significato corrispondente?

Usare un testo già tradotto avrebbe messo un filtro tra me e Bram Stoker, avrebbe messo una persona fra di noi.. invece io dovevo sapere esattamente cosa lui voleva dire, che musicalità aveva dato a un determinato passaggio, o che carica emotiva.

È stato possibile vedere la prima versione della vostra produzione Dracula fino all’ultimo giorno di gennaio. Come ha reagito il pubblico a questa vostra idea? Avete avuto un buon riscontro?

“Pischedelico. Originale. Onirico. Ma brutalmente realistico nel suo delirio.”

Questa è la critica che mi ha colpito di più. 

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Rachele, il nostro pubblico è un po’ curioso 🙂

Vogliamo sapere qualcosa che non è stato ancora raccontato. Hai un aneddoto da condividere con i nostri lettori? Un imprevisto, un fatto curioso o divertente che vi è successo durante la produzione…

Un fatto molto curioso che ho voglia di raccontare riguarda la filosofia che stiamo adottando. Quando abbiamo cominciato non c’erano soldi, e sapevo che sarebbero serviti, ma andavo avanti senza esitare. Il primo episodio curioso è stato in merito ai costumi. Avevo appuntamento per pagare i costumi di scena, e francamente non avevo un euro in tasca.

La mattina dell’appuntamento mi sveglio e mi trovo sul conto esattamente la cifra che mi serviva, frutto del pagamento di un lavoro fatto secoli prima e che avevo perso le speranze che mi venisse saldato. Ed è andata sempre così. Io fissavo gli appuntamenti, e poi il giorno stabilito mi ritrovavo sul conto la cifra necessaria. Ho capito ad un certo punto che questa operazione necessitava di questa leggerezza, quella di vivere giorno per giorno senza preoccuparsi del domani.

Al mio incontro con la DOP e operatrice che curerà la nuova ripresa di Dracula, lei mi ha confessato di aver interrogato i tarocchi in merito al mio progetto: partecipo o non partecipo. E che in risposta ha avuto delle carte che indicano potenziale creativo esplosivo e… guadagno economico oltre ogni previsione! Io sono scoppiata a ridere!

Speriamo davvero che sia così!

Come menzionato in precedenza, Dracula sarà solamente il primo di vari episodi.

Quanti episodi pensi di produrre? Lo sai già o questo dipenderà da altri fattori quali, ad esempio, la durata delle restrizioni dovute alla pandemia, l’ispirazione, il riscontro del pubblico…

Venti episodi. Ho già deciso.

Sarà un percorso di due anni che terminerà con un lavoro corale di cui non voglio anticipare ma che il solo pensiero mi fa venire la pelle d’oca e il cuore in gola per l’emozione.

L’ispirazione è anche troppa, a volte devo ripiantarmi con i piedi a terra. Il riscontro del pubblico sento che sarà positivo, e se dovesse piacere solo a pochi, io continuerò fino alla fine per quei pochi. Il lockdown è stato una fonte di ispirazione, ma PENNY DREADFUL esisterà a prescindere da quello che accadrà, perché non è mai nato per tappare qualche buco. Tutti quelli che l’hanno visto ci hanno incoraggiato in tal senso. 

Quale sarà il prossimo episodio? Ce lo puoi già anticipare?

Frankenstein.

E posso anche anticipare che io interpreterò Victor Frankenstein nella prima parte. Non è una provocazione o un discorso di crossgender, e lo dico perché non mi piacciono le etichette. Victor è Mary Shelley, ma non in quanto donna. In quanto essere umano e il suo processo creativo, in quanto essere umano e la sua ossessione per la morte.

Se c’è qualcosa dove calco la mano nei miei adattamenti, here’s the point. Ho posto Mina al centro del mio Dracula. E non mi diverto a interpretare la fidanzata del protagonista maschio. 

Per quando sarà prevista la sua pubblicazione?

PENNY DREADFUL debutterà in forma ufficiale – la puntata in vendita o noleggio su youtube, l’audiolibro in vendita o noleggio su spotify o lo stesso youtube – a marzo, ovviamente con il nuovo girato che siamo prossimi a realizzare, quindi la pubblicazione di Frankenstein è prevista ad aprile.

Chiaramente per un attore è un grande svantaggio non potersi confrontare direttamente con il proprio pubblico. Ci sono però anche dei vantaggi a lavorare in questo modo?

Il confronto diretto c’è, e sicuramente c’è stato nelle anteprime organizzate il mese scorso. Ci saranno molti modi in cui gli spettatori potranno restituirci quel dono. Il vantaggio, ovviamente, che da’ la camera è che puoi rifare una cosa anche venti volte finché non credi di aver centrato il punto. In teatro, come nella vita, sei sempre di prima.

Queste idee e questi esperimenti che la pandemia ci ha costretto a trovare, questi nuovi modi di esercitare la propria professione spostandoci tutti verso il mondo online… Secondo te Rachele, quante di queste idee resteranno valide anche quando ci saremo lasciati la pandemia alle spalle?

Tutte. Almeno le mie. Dipende dalla purezza con cui sono nate, e soprattutto la passione, e i sacrifici che si è disposti a compiere se si crede che una cosa sia giusta. Il Teatro non è sostituibile, ma non si può negare il web e gli aspetti positivi e creativi che porta con sé.

Per quanto mi riguarda, ho maturato idee incredibili in merito alle performance live, proprio degli stessi Penny Dreadful, e non vedo l’ora di realizzarle. È tanto che lavoro sul concetto di Teatro Sensoriale, dove tutti i sensi, anche l’olfatto, vengono sollecitati. Ad esempio, voi lo sapete che odore ha la tana di uno stormo di pipistrelli? Io si. Ammoniaca. PENNY DREADFUL LIVE sarà un tour horror dei luoghi più misteriosi d’Italia.

Nel tuo caso specifico, pensi di continuare anche in futuro a produrre contenuti usufruibili online, o semplicemente non vedi l’ora di ricominciare a svolgere la tua professione come facevi prima?

Sto lavorando ad altri tre progetti di performances web.

Il primo sarà una rassegna di SOUND SITE SPECIFIC PERFORMANCES, dove canterò con la mia collega e amica Giorgia Albanesi.

Il secondo una rassegna che nasce dal concetto di posa dal vivo (lavoro che ho svolto per tanto tempo per i pittori) dal titolo SHE KILLED! (termine che invento e traduco con “QUESTA SPACCA!”) dove performerò le donne più terribili, più fatali o più coraggiose.

La terza rassegna è dedicata agli orfani.

Possiamo anche vederle come delle serie web ad alto contenuto culturale e umano. Non ho mai vissuto di solo Teatro.

Rachele, il nostro sito è chiaramente indirizzato a chi è affascinato dalla cultura e dalla moda gotica. Suppongo che, visto che hai deciso di produrre la rassegna Penny Dreadful, anche te ti senti in qualche modo attratta da questa cultura.

È un interesse rivolto solo alla letteratura o ti rivedi nella cultura gotica anche per quel che riguarda l’abbigliamento e lo stile di vita?

È molto difficile rispondere perché è molto difficile definire la cultura gotica.

La stessa letteratura, attraverso secoli, tocca branche e istanze veramente diverse. Il problema sono sempre le etichette e le ghettizzazioni. Notre-Dame de Paris sarebbe un romanzo gotico, se non rientrasse prima nella voce di romanzo storico. Possiamo dire che il mio interesse è, si, rivolto alle gioie date dall’emozione estrema, lo struggimento della paura e la soggezione inerente il sublime, fino ad arrivare all’incanto del mostruoso.

Credo che il concetto di gotico sia soggettivo, e abbia a che fare con il personale livello di bisogno di romanticismo, di decadenza, di struggimento e di pericolo. Il mio è molto alto.

In generale, questa domanda mi fa venire in mente una cosa che Kubrick disse a Nicholson. Nicholson si ostinava ad interpretare una scena in modo estremamente naturalistico, e Kubrick gli disse “Si, è realistico. Ma è noioso”. Io credo che il gotico sia tutto ciò che non è noioso, e che esce dalle schema di quotidianità. E si, certo, mi attrae.

Tra pochi giorni uscirà sulla piattaforma Indiecinema una mia trilogia di cortometraggi girata durante il lockdown. Lo stile è naturalistico, ma alla fine il mio linguaggio è espressionista, estremo, cupo e tende ad inquietare le persone che non ci sono abituate o che non possono sopportare il “dark”. Io credo che l’eccesso di positività sia dannoso, sia creativamente che umanamente: cosa avrebbe prodotto Van Gogh se non avesse fatto i conti con cose oscure come la depressione, la tristezza, la rabbia, la paura, l’isolamento, il senso di vuoto? Sono attratta da luci e ombre. Sono i contrasti a generare vita. 

Quanto all’abbigliamento, io non mi vesto dark, e non mi piace dire “io mi vesto così”, perché come attrice ho talmente tante personalità che non posso identificarmi solo in uno stile. Posso dire che nel mio armadio ci sono svariate serie di occhiali da sole neri, giacche di pelle scure e anfibi, abiti ottocenteschi dalle tinte fosche e quando un uomo mi regala una rosa rossa la prima cosa che faccio è appenderla a testa in giù per farla morire in modo che possa vivere per sempre!

Cosa vuol dire per te essere gotica?

In merito a questa domanda, devo dire che sono rimasta basita dal vedere quanti pregiudizi e stereotipi ci siano nella mente delle persone.

Del tipo, “Ti piace la letteratura gotica quindi sei satanista e ascolti heavy metal?” “No, bello. Ascolto musica classica e sto con l’altra parte della Forza”. Io non lego l’essere gotica a faccende esteriori, tipo lo stile. Non mi importa di quanto ti vesti dark se poi sei un borghese.

Per come la vedo io, non so, mi hanno sempre detto che sono gotica, ma perché? Perché ho sempre cercato storie d’amore estreme e dolorose piuttosto che pacifiche relazioni mediocri (mediocri nel senso che non conoscono gli estremi del sentimento)?

O perché in gita ero quella con il cappuccio in testa? O perché, non so perché, ma detesto il Natale (e poi invece a volte lo amo, purché ci siano i film di Tim Burton la sera)? Lo devo proprio dire? D’accordo, lo dico: non guardo le commedie leggere o i film neorealisti. E allora? Preferisco farmi un giro in metro.

Rachele ti ringrazio molto per questa nostra chiacchierata, mi ha fatto molto piacere conoscere una persona con così tante idee e con tanta voglia di fare come te.

Prima di congedarti però vorrei chiederti se in questa intervista avresti voluto che ti ponessi una domanda che invece non ti ho fatto, e cosa avresti risposto in questo caso. Una cosa alla Marzullo insomma…. Si faccia una domanda e si dia una risposta 🙂

Non mi hai chiesto nulla in merito alle mie interpretazioni in Dracula, e l’Attrice vanesia dentro di me stava già protestando.

I personaggi che io ho affrontato, in Dracula, sono Mina Murray Harker, Lucy Westenra, le tre Vampire ossia le spose di Dracula e la contadina che mette in guarda Jonathan all’inizio della storia. 

In merito a Mina, io ho lavorato sull’ambizione, come fosse una Faust al femminile, e lo è. Da una parte il super Io, Jonathan. Dall’altra l’es, il Conte, che le offre sesso, soldi, successo, tutti gli strumenti per dare sfogo alla sua intelligenza e al suo coraggio. Ho lavorato su risuonatori vocali molto bassi perché Mina è una creatura pesante, pensante, profonda, riflessiva, non conosce la civetteria e non saprebbe esercitarla. La sua sensualità è grave, si adagia lentamente sui caldi graffi felinici del sol. 

Lucy è per me una influencer, il suo universo è occupato dal rapporto con gli uomini e da quello che suscita in loro. I suoi risuonatori vocali sono più alti e leggeri, passeggeri, di minor peso drammatico nel momento in cui lei stessa è una ragazza che si prende meno sul serio. La sua sensualità sbuffa e si stiracchia come una gatta dal pelo profumato e pettinato. 

Le Tre Vampire, nel corpo e nella voce, fluttuano su note altissime e cerebrali, a guisa della loro inconsistenza: eteree, non producono nemmeno l’ombra sul pavimento.

Grazie ancora a Rachele Studer per essersi messa a disposizione per questa intervista e averci concesso questo piacevole incontro.

Grazie a Voi!


Per la produzione di Dracula e dei prossimi episodi di Penny Dreadful la crew di Rachele Studer fa affidamento sul vostro aiuto e sulla vostra collaborazione. Anche una minimo contributo può aiutare questi artisti ad andare avanti con il loro progetto.

Non possiamo certo ignorare chi ama come noi la letteratura gotica!


Se volete essere aggiornati sulle prossime attività di Rachele Studer vi invitiamo a seguire le sue pagine social:

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